
I prezzi del Gas Naturale europeo, nonostante una lieve discesa conseguente all’accordo con gli Stati Uniti per un aumento della fornitura di GNL, rimangono a livelli storicamente elevati, attestandosi, nella giornata di lunedì 28 marzo, a quota 102,54 EUR/mwh.
L’accordo con Washington rimane, in ogni caso, un elemento estremamente rilevante nel percorso di riduzione della dipendenza dalla Russia intrapreso dall’Europa: tale intesa prevede, infatti, una fornitura garantita di GNL statunitense all’Europa pari a 50 miliardi di metri cubi all’anno fino al 2030. Si tratta, è giusto sottolinearlo, di un volume contenuto, ragion per cui i flussi da Mosca continueranno ancora a pesare per la maggior parte degli acquisti del Vecchio Continente.
Secondo il piano presentato venerdì 25 marzo, 15 miliardi di metri cubi in più di GNL americano andranno in Europa nel corso del 2022 ma, come ha sottolineato la società di consulenza Inspired Energy Plc, si tratta del 3% circa della domanda complessiva dell’UE, un volume ben lontano da quanto sarebbe necessario per garantire un reale allontanamento dalla fornitura russa.
Per quanto concerne il petrolio, i prezzi del barile hanno terminato la sessione di lunedì 28 marzo al di sopra dei 106 dollari. A contenere eventuali exploit rialzisti sono le notizie in arrivo dall’Asia, dove si nota una recrudescenza del Covid che intimorisce gli investitori a causa delle possibili ripercussioni sulla domanda di oro nero.
La OPEC+ è orientata a mantenere la strategia in atto, che prevede un aumento della produzione pari a 400.000 barili giornalieri su base mensile, senza ulteriori incrementi.

Per analizzare l’excursus dei prezzi, abbiamo chiesto a Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia, di fornirci un quadro generale della situazione del settore energy.
Dottor Marsiglia, qual è la situazione a livello europeo del vostro comparto?
Purtroppo, oggi non esiste un collaudato sistema energetico che si interfacci con i Paesi membri dell’UE. Anni fa nacque il progetto dell’Energy Union, un’interconnessione tra le nazioni europee per il coordinamento degli approvvigionamenti e delle risorse energetiche che, però, non è mai decollata.
Oggi, con il conflitto bellico in atto tra Russia e Ucraina, possiamo toccare con mano cosa voglia dire la mancanza di una politica energetica europea.
Quali sono le sue previsioni di breve-medio periodo?
Il settore dell’Oil&Gas, come un po’ tutti gli altri, si trascina dietro due anni di Covid, che hanno bloccato per un lungo periodo grandi investimenti e hanno costretto le nostre aziende a correggere in estrema velocità i propri piani industriali.
Adesso che la pandemia stava finalmente regalando un po’ di respiro, almeno apparente, molto progetti esteri erano ripartiti. Sembrava una ciclicità negativa in via di conclusione, ma al diminuire della pandemia è arrivata purtroppo la spiacevole situazione della guerra in Ucraina. In questa caso, però, le crisi si trasformano in speculazioni e lo possiamo vedere da un prezzo del greggio che in poche settimane ha toccato 140 dollari a barile.
Se la “trend line” del Brent dovesse mantenere un punto di equilibro a 120 $/Bar per alcuni mesi, potremmo in parte recuperare le perdite di questi due anni e dare “benzina” all’economia del nostro settore.
Come sta impattando l’inflazione sul settore energy?
Il problema oggi è lo spettro della stagflazione, ovvero una crescita rallentata mentre aumentano i prezzi al consumo. Se analizziamo i dati Istat sulle famiglie italiane, in particolare quest’anno tra le voci di spesa primarie c’è proprio il carburante. È un dato di fatto che un prodotto di notevole utilizzo come le benzine possa portare, nella fase di un’economia interna legata a eventi internazionali, a un impatto molto forte sulla dinamica dei prezzi.
Guardando all’Italia, quali interventi legislativi potrebbero raffreddare i prezzi dell’energy?
Gli interventi che sono mancati per anni e che oggi il Governo Draghi sta mettendo in atto per arrivare a una chiara e definita Strategia Energetica Nazionale. L’Oil&Gas italiano ha bisogno di una struttura legislativa, tutte le forme energetiche in Italia hanno bisogno di riferimenti legislativi chiari. Solo in questo modo si potrà procedere con quel mix energetico ottimale e dare così forza all’economia del Paese.
Nel 2008 il brent aveva toccato quota 145 dollari al barile. Eppure il prezzo alla pompa non aveva raggiunto i livelli folli di queste settimane. Quali le spiegazioni?
Ogni periodo storico ha delle dinamiche diverse da analizzare sull’impatto dei prezzi. Oggi il costo del gas incide su quello di raffinazione, intesi come costi fissi del sistema industriale, oltre alla problematica primaria di carenza del prodotto russo su scala internazionale.
Si stanno per ridefinire le quote petrolifere internazionali e una nuova geopolitica del petrolio. Se a breve rientreranno sul mercato a pieno titolo Iran e Venezuela, senza sanzioni, inizierà una vera “battaglia” dei prezzi sia del greggio che alla pompa.
CAFFÈ: IL CONFLITTO UCRAINO SCONVOLGE IL MERCATO
Il conflitto in Ucraina rende i mercati disorientati e spaventa gli investitori.
I prezzi del caffè sui principali mercati sono oggetto di intense oscillazioni che, sostanzialmente, riflettono i timori relativi a un possibile calo del consumo di prodotto in Russia e Ucraina. Di rilievo anche le attese in merito a una produzione di caffè del Brasile elevata, anche se gli esperti di settore affermano che è troppo presto per fornire una valutazione attendibile anche a fronte del clima apparentemente propizio.
I commercianti di caffè stanno facendo carte false per reindirizzare le spedizioni di caffè destinate a Russia ed Ucraina, mentre i flussi commerciali verso i due Paesi crollano a causa delle sanzioni occidentali imposte a Mosca e a causa della decisione di Kiev di interrompere le operazioni nei suoi porti (la Russia è il quarto importatore di caffè al mondo dopo l’Unione Europea, gli Stati Uniti e il Giappone).
“I flussi commerciali si stanno fermando e, realisticamente, questi contratti dovranno essere annullati”. È questo il commento di un commerciante di caffè con sede a Ginevra.
Russia e Ucraina insieme, rappresentano quasi il 4% del consumo mondiale di caffè e importano nella maggior parte dei casi il caffè robusta, più economico della varietà arabica e spesso utilizzato nella produzione di caffè istantaneo.
Le più grandi compagnie di navigazione di container hanno temporaneamente sospeso le spedizioni di merci da e verso la Russia, mentre i porti dell’Ucraina sono stati chiusi da quando la Russia ha dato il via alle operazioni militari (il gruppo di aziende comprende colossi di settore come MSC, Maersk e CMA CGM).
“Alcune compagnie che si dedicano alle spedizioni hanno affermato che continueranno a inviare merci in Russia, ma la svalutazione del rublo ha praticamente congelato quel mercato e i torrefattori locali non possono permettersi di acquistare” (dichiarazione rilasciata da un commerciante di caffè con sede in Europa).
Da quando è iniziata l’invasione dell’Ucraina il rublo ha perso circa il 30% contro il dollaro e le torrefazioni internazionali ancora operanti nel Paese temono che la domanda crolli poiché i prezzi locali sono quasi triplicati: “Prevediamo una discesa significativa dei consumi in Russia e Ucraina. L’effetto combinato della guerra e dei prezzi molto elevati del caffè porteranno probabilmente a un calo della domanda” (dichiarazione rilasciata dai tecnici di Rabobank).
Un commerciante con sede a Ginevra ha affermato di non poter nemmeno entrare in contatto con i suoi acquirenti in Ucraina e di dover prendere decisioni unilaterali sull’annullamento dei contratti e sul reindirizzamento delle spedizioni.
Tre esportatori di caffè di importanti società del Vietnam, il principale produttore mondiale di caffè robusta, hanno affermato che non ci sono state spedizioni in Russia nell’ultimo periodo e quindi stanno lavorando con i loro clienti per annullare i contratti.
In Nicaragua, i coltivatori di caffè stanno tagliando gli acquisti di fertilizzanti per riuscire a rimanere a galla economicamente; in Guatemala i fertilizzanti vengono diluiti per far fronte alla carenza di fornitura e in Costa Rica i produttori sperano che il suolo contenga abbastanza nutrienti persistenti per affrontare la prossima stagione di semina.
I piccoli coltivatori di alcune delle regioni più ricche al mondo di caffè stanno lottando, quindi, per trovare alternative in grado di contrastare l’aumento dei costi dei fertilizzanti e lo fanno considerando misure estreme che potrebbero minare il recupero della fornitura globale. Alcuni, ad esempio, trattano i rifiuti organici come un sostituto economico dei fertilizzanti a base di azoto, fosforo e potassio, anche se una soluzione di questo tipo potrebbe ridurre significativamente i raccolti.
L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti si aggiunge a quello dei costi dei materiali agricoli che affligge gli agricoltori, mentre l’inflazione alimentare sta raggiungendo livelli elevatissimi.
Russia e Bielorussia sono tra i principali fornitori mondiali di nutrienti per le colture e l’invasione dell’Ucraina non ha fatto altro che aumentare la pressione in un contesto contraddistinto da problemi di approvvigionamento e di natura produttiva.
I prezzi del caffè arabica, per ora, non mostrano variazioni significative da inizio anno o, almeno, non in linea con l’aumento dei fertilizzanti. Il Green Markets North American Fertilizer Index è balzato del 30% e un indice relativo al potassio è aumentato in Brasile del 36% nel solo mese di gennaio. I prezzi del caffè statici espongono i produttori di piccole dimensioni a un forte rischio.
I prezzi globali del caffè sono aumentati dell’86% negli ultimi due anni, ma condizioni meteorologiche avverse e costi di spedizione più elevati hanno tenuto sotto pressione i margini di molti piccoli coltivatori. Alcuni commercianti internazionali si sono rivolti a navi che imbarcano alla rinfusa a causa della costante carenza di container.
“Il mercato del caffè si farà prendere dal panico entro il terzo trimestre”, secondo Christian Wolthers, che gestisce un importatore con sede in Florida e ha rappresentanti in tutta l’America Latina. Il Brasile, il principale coltivatore di caffè e il più grande importatore di nutrienti per le colture, ha una fornitura di fertilizzanti sufficiente solo per 3/6 mesi.
La produzione globale di caffè diminuirà del 2,1% a 167,2 milioni di sacchi per l’attuale campagna di commercializzazione, trainata da un calo del 7,1% nella varietà arabica, secondo le ultime previsioni della International Coffee Organization.
ZUCCHERO: L’INDIA SPIAZZA IL MERCATO
Il governo dell’India, per la prima volta in sei anni, potrebbe limitare le esportazioni di zucchero al fine di evitare un potenziale aumento dei prezzi interni. Fonti del governo e dell’industria locali hanno dichiarato ai giornalisti di Reuters che il Paese potrebbe contrarre le spedizioni di dolcificante di questa stagione a un massimo di 8 milioni di tonnellate: una notizia che ha causato il crollo immediato delle azioni delle società produttrici di zucchero indiane, tra cui colossi come Dhampur Sugar Mills, Balrampur Chini e Dwarikesh Sugar.
“La produzione di zucchero è attesa a livelli record – spiega un alto funzionario del governo indiano – ma le scorte si stanno esaurendo rapidamente a causa delle esportazioni che, se prive di controllo, potrebbero causare carenza di offerta all’interno del Paese e un conseguente eccessivo innalzamento dei prezzi”. A rivelare i dettagli sono state tre fonti, di cui due hanno parlato del succitato limite di 8 milioni di tonnellate, mentre una terza ha affermato che è in fase di valutazione anche una tassa sulle esportazioni da utilizzarsi come deterrente verso tale attività commerciale (il Ministero del Commercio e dell’Industria dell’India non ha reso per ora nessun commento in merito).
Il tetto massimo di 8 milioni, tuttavia, potrebbe trasformarsi in un vero divieto di esportazione di zucchero già dal mese di maggio, in quanto i dati a disposizione indicano che gli zuccherifici dell’India hanno già stipulato contratti di vendita per 7 milioni di tonnellate di dolcificante.
Qualsiasi restrizione alle esportazioni di zucchero sarebbe la prima da quando l’India, nel 2016, impose una tassa del 20% sulle spedizioni di dolcificate e rappresenterebbe una svolta nella politica del governo indiano che, fino all’anno passato, forniva sussidi agli zuccherifici che non erano in grado di pagare i fornitori. Ora, con esportazioni pari a 14 milioni in due anni, New Delhi dovrà avere come priorità il soddisfare la richiesta locale tramite una idonea produzione di zucchero. A preoccupare il governo è anche l’inflazione alimentare, in quanto i prezzi di materie prime essenziali, come oli commestibili e cereali, stanno aumentando dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Nel frattempo i prezzi dello zucchero bianco su scala mondiale sono balzati ai livelli più elevati degli ultimi cinque anni. La contrazione della produzione del Brasile – maggior produttore mondiale di zucchero – e i prezzi del petrolio a livelli elevati, che incoraggiano i produttori a destinare una maggior quantità di canna alla produzione di etanolo, sono gli elementi che hanno indotto l’impennata dei prezzi, che potrebbero essere oggetto presto di un ulteriore allungo rialzista.
LATTE IN POLVERE: PREZZI ALLE STELLE
Continua a correre il prezzo del latte in polvere, che ha raggiunto quota 4.545 dollari per tonnellata nel corso della più recente asta GDT. Anche in questo caso si tratta di una ripercussione del conflitto tra Russia e Ucraina, che minaccia la fornitura di fertilizzanti e mangimi per mucche, di cui i due Paesi sono leader nelle esportazioni.
Secondo il Financial Times, la Nuova Zelanda, che controlla il 35% delle esportazioni di prodotti lattiero-caseari, ha visto la sua produzione di latte diminuire, anno dopo anno, di oltre il 6%.
Michael Oakes, presidente del Dairy Board della National Farmers’ Union (Regno Unito), ha spiegato che il costo dei fertilizzanti e dei mangimi per animali che provengono dal grano è quasi raddoppiato dall’inizio della guerra: “A gennaio 2021 pagavamo circa 300 sterline per una tonnellata di fertilizzante – afferma Oakes – . Poco prima del conflitto si parlava di 600 sterline; ora siamo arrivati a 1.000 e, inoltre, abbiamo un aumento del 60% del costo dei mangimi” .
ALLUMINIO: L’AUSTRALIA FA CORRERE I PREZZI
Anche i prezzi dell’alluminio tornano a correre: un allungo rialzista favorito dall’Australia, il cui governo ha implementato il divieto di esportazione di allumina e minerali di allumino in Russia: un intervento che ha esacerbato i timori in merito a una possibile carenza di fornitura.
L’intervento dell’Australia limiterà la capacità della Russia di produrre alluminio, tra le merci fondamentali per le esportazioni di Mosca, e, secondo gli analisti di ING, costringerà la Russia ad affidarsi alla Cina per far fronte a qualsiasi carenza di allumina.
La Russia rappresenta circa il 6% della fornitura globale di alluminio ed è uno dei principali produttori di gas naturale utilizzato per generare l’elettricità necessaria per la produzione di metalli.
“Con il protrarsi della guerra, i commercianti sono sempre più intimoriti da possibili interruzioni di fornitura – spiega Kunal Sawhney, amministratore delegato della società di ricerca Kalkine – . La domanda di alluminio è aumentata vertiginosamente a livello globale, mentre c’è un deficit di offerta che potrebbe continuare a sostenere i prezzi nel breve e medio termine”.
Fonte: NovaCana
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