Il 29 ottobre si è tenuto l’appuntamento annuale con “Gli Stati Generali del Vending” in Confcommercio a Roma, organizzati da Confida davanti a una platea di 200 imprenditori e manager del nostro settore.
In mezzo alla solita passerella di politici, sono stati diramati dal presidente di Confida, Massimo Trapletti, alcuni dati sull’andamento del mercato della Distribuzione Automatica in Italia al 30 settembre 2025. Colpisce il sensibile calo delle consumazioni (-4,6%). Un trend negativo confermato anche dall’Osservatorio Permanente del Vending, curato da Eidos Consulting su questo numero di VM.
Il comparto paga il calo della produzione industriale – con il conseguente aumento della cassa integrazione – e lo smart working, oggi utilizzato regolarmente dal 31% degli italiani. Parallelamente, sono cambiate le abitudini di consumo che ora virano verso scelte sempre più personalizzate, causando una frammentazione delle identità alimentari.
Eppure, secondo lo studio sul consumatore presentato a Roma da Ipsos, per il 79% degli italiani le vending machines rappresentano ancora un’alternativa comoda e veloce per il consumo di cibi e bevande, offrono un’esperienza di uso semplice e immediata (79%), sono un momento di evasione dalla routine (74%) e il 64% lo considera anche un settore innovativo. Quindi, il giudizio di chi utilizza il Vending è sostanzialmente positivo.
Ciononostante si erodono consumi e marginalità, il fatturato fatica a salire. Dove sta l’inghippo? E se fosse proprio il Vending, al suo interno, il vero problema? Cito un estratto della relazione di Trapletti, in apertura degli “Stati Generali”: “Da un anno a questa parte vedo una competizione crescente tra i gestori e sento recriminazioni continue tra fabbricanti e gestori, tra gestori e produttori alimentari. Tutti hanno le proprie ragioni ma dobbiamo ricordarci che, se siamo arrivati fin qua, se questo settore è riuscito a diventare leader nell’Europa e nel mondo è anche grazie alla forza della filiera compatta. Il nostro settore ha bisogno di un’azione comune, di politiche lungimiranti e di investimenti coraggiosi”.
Prendo, poi, spunto dal profilo linkedin di Stefano Maggi, padre nobile del Vending italiano:“40 anni di esperienza possono essere irrilevanti, a volte persino pericolosi, se non riesci più a generare valore nel presente. Nel Vending questa frase pesa. Perché per anni ci siamo raccontati che bastava l’esperienza, che tutto si sarebbe aggiustato come sempre. Abbiamo cambiato le macchine, ma non il modo di guardarle. Abbiamo messo il contactless, ma non abbiamo ancora imparato ad ascoltare i dati. E intanto il mondo è andato avanti. Le persone cambiano abitudini, i margini si spostano, il tempo si accorcia. Qualcuno prova ad aggiornare, a rincorrere ma lo fa con la grammatica del vecchio gioco. E non funziona. L’esperienza serve, ma solo se resta viva. La vera esperienza non è ciò che sai. È ciò che riesci ancora a imparare”.
Una visione, in entrambi i casi, pragmatica che deve accompagnare ogni impresa, ogni giorno, per compiere un passo in avanti. L’innovazione è visibile agli occhi di chi utilizza il distributore – un POS, l’app sul telefono, un display più brillante – ma il vero cambiamento è a monte e passa attraverso procedure riviste, persone formate, qualità che cresce, costi e impatti ambientali che si riducono. Innovazione non è solo ciò che appare. Fare le cose meglio, tanto per rimanere in tema con aspetti del lavoro che si toccano con mano, avvantaggia tutti: per chi prende un caffè significa una pausa migliore, per l’imprenditore del Vending significa meno complicazioni e più chiarezza verso la clientela.
Se vogliamo tornare a crescere, serve un “piano Marshall” nell’organizzazione, nell’analisi, nella conoscenza di cosa significa creare investimenti e generare profitti attraverso un serio ed efficace controllo di gestione.
È un salto qualitativo enorme per chi è sempre stato abituato a gestire il presente, facendo tornare i conti. Ma adesso che i conti tornano con difficoltà, bisogna rimettersi in gioco dando una sforbiciata ai rami secchi e improduttivi, investendo in ciò che è veramente utile alla sostenibilità economica. Perché il pur “vecchio”, ma non vetusto, principio di cassa ci dice compiutamente quanto denaro esce e quanto ne entra e ci ricorda, senza tanti giri di parole, che fare “beneficenza” a enti pubblici ed aziende privati con ristorni anti-economici non ti fa guadagnare il paradiso ma ti getta direttamente all’inferno. Per imparare questa lezione, però, il tempo ormai stringe maledettamente…
Enrico Capello
capello@vendingpress.it