È riuscito, in alcune giornate particolarmente burrascose per i mercati, a superare nei titoli di apertura di tg, siti internet e giornali perfino il triumvirato Covid/Vaccino/Green Pass. L’aumento dei prezzi delle materie prime è diventato la nuova (anzi l’ennesima) spina nel fianco di cittadini e imprese. Ci allarmiamo del salasso quando ne parlano i mass-media, ci arrabbiamo quando lo constatiamo di persona durante il rifornimento dal benzinaio o pagando le bollette. Ma cosa sta succedendo, realmente, alle commodities?
Parlando di gas naturale, non possiamo trascurare le notizie allarmanti che giungono a mercato in relazione alla situazione in Europa, dove il prodotto scarseggia, “promettendo” prezzi elevati proprio in vista dell’inverno quando, tradizionalmente, gli utilizzatori finali sono impegnati ad accumulare scorte. Ma perché il gas non arriva in Europa?
Nel 2021 i prezzi in Europa sono più che triplicati. Di primo acchito potremmo pensare che il forte aumento possa invogliare i venditori a piazzare il prodotto nella nostra area geografica, ma non è così, in quanto i prezzi in Asia (la parte di mondo che rappresenta il maggior acquirente di GNL) sono ancora più allettanti, ragion per cui il gas viene dirottato verso questo importantissimo mercato a scapito proprio del Vecchio Continente.
Il mercato europeo del GNL è passato dal surplus al deficit in soli due anni e questo a causa della forte domanda in arrivo appunto dal Far East a seguito del recupero economico della Cina dopo la pandemia. Per di più alcuni compratori asiatici, dall’India al Giappone, stanno acquistando freneticamente in vista dell’inverno e questo aumenta la concorrenza per la piccola frazione dell’offerta che viene scambiata liberamente nel mercato spot e che non è legata a contratti a lungo termine.
Anche il Brasile sta condizionando il mercato, in quanto, a causa della siccità, si è rivolto al GNL per produrre elettricità normalmente generata dalle dighe idroelettriche.
In contemporanea, negli Stati Uniti, martedì 28 settembre i prezzi del gas naturale hanno superato i 6,3 dollari, a testimoniare una forte attività sul prodotto da parte degli speculatori.
Nonostante gli USA siano stati sino a ora poco coinvolti nella crisi del GNL, alcuni analisti affermano che il Paese potrebbe trovarsi ad affrontare una carenza di offerta, poiché le esportazioni di GNL aumentano ma i produttori nazionali tengono sotto controllo le forniture in risposta alle pressioni esercitate su di loro dagli investitori, che vorrebbero abbatterne il forte indebitamento con cui sono esposti nel mercato azionario.
Tutto i fattori appena elencati hanno lasciato pochissimi carichi per l’Europa, con un crollo delle importazioni dall’inizio di giugno.
È bene ricordare che buona parte del GNL disponibile (circa il 70%) è vincolato a contratti a lungo termine, la maggioranza dei quali destinati all’Asia, e quindi i commercianti sul libero mercato devono giocare la partita con meno della metà dell’offerta complessiva.
I contratti a lungo termine relativi al gas naturale sono solitamente legati al prezzo del petrolio (attualmente più economico del gas negli hub europei o del GNL in Asia) e, in alcune casi, possono essere stravolti in corso d’opera. Questo vuol dire, ad esempio, che se un fornitore di GNL reputa più conveniente spedire un determinato carico presso un compratore che non sia quello previsto dal contratto, può cambiare la destinazione del prodotto, anche se questo è già partito, ovviamente pagando le penali previste. Ma, vista l’attuale situazione del mercato, è improbabile che carichi destinati all’Asia vengano dirottati verso l’Europa.
Il miglior mercato per il GNL è determinato anche da quanto costa portare un carico in Europa o in Asia. Per evitare la carenza di navi dell’inverno 2020 e i costi senza precedenti per assicurarsi una petroliera spot, i commercianti hanno già prenotato le navi all’inizio di quest’anno.
Le prospettive per i prossimi mesi indicano che i prezzi del gas rimarranno a livelli elevati, anche se, tra gli operatori di settore, si fa strada l’idea che un ritorno a pieno regime della fornitura russa potrebbe contribuire a stabilizzare il mercato evitando ulteriori impennate di costi.
Il costo elevato dell’energia elettrica in Europa rischia di tradursi in una delocalizzazione della produzione di metalli. Questo è quanto affermato dall’associazione dell’industria dei metalli non ferrosi, Eurometaux, in un alert lanciato alla Commissione Europea.
“L’aumento dei prezzi dell’elettricità – spiegano i funzionari di Eurometaux nella comunicazione indirizzata a Kadri Simson, Commissario Europeo per l’energia – ha già portato a riduzioni della produzione e potrebbe provocare un’ulteriore delocalizzazione del nostro settore al di fuori dell’Europa. Siamo preoccupati in quanto, se l’elettricità dovesse rimanere troppo costosa per lungo tempo, potrebbe pregiudicare il processo di decarbonizzazione, minando gli obiettivi del Green Deal dell’UE”.
I metalli non ferrosi come alluminio, rame, nichel e silicio richiedono più elettricità, in termini di produzione, rispetto a qualsiasi altro materiale, ha affermato Eurometaux, e “questi metalli saranno richiesti in volumi maggiori per fornire le principali catene del valore del Green Deal come batterie, veicoli elettrici, turbine eoliche, pannelli solari e infrastrutture di rete”.
Nyrstar, azienda membro di Eurometaux, ha dichiarato di aver tagliato la produzione di zinco nella sua fonderia nei Paesi Bassi a causa dell’aumento dei prezzi dell’elettricità in Europa.
Anche il mercato dei metalli industriali risulta, dunque, duramente colpito dall’aumento delle quotazioni e questo si rispecchia in alcuni prodotti come il rame – che ha recentemente raggiunto massimi pluriennali superando, nel mese di maggio, i 10.740 dollari per tonnellata sulla piazza di Londra – e l’alluminio, che analizzeremo in modo più approfondito in quanto va a influire sulle performance di alcune grandi società del Vending.
Il prezzo dell’alluminio si presenta ai livelli più elevati dal 2008, con un massimo a 2.976 dollari per tonnellata registrato nella sessione del 23 settembre 2021.
Ad alimentare il rally è un mix di fattori che comprende la riduzione della produzione cinese, una domanda particolarmente elevata, scorte contenute e un repentino aumento del prezzo dell’allumina. Questo è quanto affermano alcuni analisti di settore, che sottolineano come, al momento, sia decisamente difficile fornire un outlook ribassista su questo metallo; rimangono possibili, visto il ritmo dell’aumento di prezzo, alcune correzioni anche repentine ma inserite in un trend di lungo periodo rialzista.
La provincia dello Yunnan (Cina), che ospita circa il 10% della capacità di produzione di alluminio della Cina, ha imposto alle fonderie che impiegano energia idroelettrica di mantenere la produzione stabile nel periodo che va da settembre a dicembre, con volumi pari o inferiori a quelli di agosto. Le fonderie locali avevano già abbattuto la produzione di quasi 1 milione di tonnellate in tarda estate.
In forte aumento i futures sull’allumina (prodotto fondamentale nella produzione di alluminio), che hanno raggiunto quota 365 dollari per tonnellata sul COMEX Exchange. Si tratta di un incremento del 20% nell’ultimo mese. Di rilievo anche il marcato calo delle scorte sia a Londra (LME, -33% dal mese di marzo a un totale di 1,3 milioni di tonnellate) che a Shanghai (ShFE, – 42% a un totale di 228.529 tonnellate).
A parlarci della situazione di questo mercato è Valter Degiovanni, direttore dello stabilimento di SandenVendo a Casale Monferrato, che ci ha fatto un quadro contraddistinto da significative difficoltà.
Degiovanni ci ha detto di un marcato aumento di prezzo di acciaio e alluminio e di tempi di consegna estremamente lunghi e con notevoli ritardi e tutto questo in una fase di mercato resa complicata non solo dalle quotazioni elevate, ma anche da una grossa difficoltà nel reperire questi prodotti. La situazione, chiaramente, comporta dei costi aggiuntivi che, per il momento, vengono assorbiti dalla società stessa per non gravare sui gestori della Distribuzione Automatica loro clienti.
Alcune settimane fa era uscito un articolo su una testata online, in cui l’autore gridava allo scandalo citando un aumento dei prezzi del petrolio del 200% rispetto alla primavera 2020. Bene: è questa effettivamente la realtà di mercato? A mio avviso la risposta è no, in quanto è vero che abbiamo assistito a un forte incremento di prezzo rispetto all’anno scorso, quando il petrolio (Brent) aveva registrato minimi pluriennali a ridosso dei 16 dollari per barile, ma l’incremento a 79 dollari rappresenta più che altro un riallineamento delle quotazioni dell’oro nero a seguito della fuoriuscita delle economie globali dalla pandemia, con il conseguente aumento della domanda.
A mantenere i prezzi a questi livelli, impedendo ulteriori eccessivi e deleteri rialzi, è l’OPEC+ (ovvero la coalizione di produttori OPEC e i maggiori produttori su scala mondiale esterni al Cartello) che sta gestendo la fornitura di greggio in arrivo a mercato applicando una strategia mirata, basata inizialmente su un massiccio taglio alla produzione, atto a sostenere i prezzi nel pieno della pandemia, e ora su un ripristino della produzione in precedenza trattenuta, al fine soddisfare la domanda in aumento.
Sono possibili ulteriori aumenti? Ovviamente non possiamo escludere picchi di prezzo e gli stessi analisti di Goldman Sachs parlano di un barile a 90 dollari nel caso in cui ci trovassimo a far fronte ad un inverno particolarmente rigido ma, con tutta probabilità, si tratterà di exploit di durata contenuta: un prezzo troppo basso non conviene ai produttori con una forte dipendenza dal petrolio, in quanto non riuscirebbero a soddisfare le esigenze di bilancio statali, ma un prezzo eccessivamente elevato sarebbe altrettanto negativo, in quanto rischierebbe di bloccare la domanda con pesanti ripercussioni per l’economia globale.
Veniamo ora a una delle materie prime che più catalizza l’attenzione degli operatori del Vending in questo delicato periodo: il caffè.
I grafici a seguire di arabica e robusta non lasciano spazio a dubbi: il prezzo dell’arabica ha registrato un massimo di periodo a ridosso dei 218 centesimi di dollaro per libbra e attualmente si attesta intorno a 204 centesimi di dollaro, mentre il prezzo del robusta ha toccato i 2.180 dollari per tonnellata e attualmente si attesta di poco al di sotto di tale soglia di prezzo, scambiando a 2.168 dollari.
Parlando di arabica gli occhi degli investitori sono puntati sul Brasile e le informazioni in arrivo a mercato ci parlano di un raccolto ridotto all’osso dalle condizioni climatiche avverse, all’insegna di gelo e siccità, in un contesto produttivo già gravato dall’ingresso delle piantagioni nella biennale negativa (ciclo off).
Secondo alcune testate di settore la situazione in cui versano le piantagioni di arabica in Brasile avrebbe determinato il marcato aumento delle quotazioni del robusta, in quanto i torrefattori si sarebbero rivolti proprio al robusta al fine di sopperire alla carenza di arabica. Ma la situazione è realmente questa? E come viene vissuto questo aumento dei prezzi dagli addetti ai lavori (torrefattori, distributori, ecc.), che sono i veri protagonisti del mercato?
Claudio Picci, amministratore delegato della Covim S.p.a. di Genova, ci ha fornito un’analisi lucida e dettagliata di quanto sta accadendo nel mercato del caffè ed è un quadro che evidenzia le numerose criticità da superare per le aziende di settore.
Picci ha confermato il forte aumento dei prezzi, anche se il prodotto è comunque reperibile, ma si è dissociato da quanto dichiarato da alcuni organi di stampa che parlano di torrefattori che variano la miscela aumentando il robusta a scapito dell’arabica per contenere i prezzi.
Sempre parlando di prezzi, Picci ha sottolineato come l’aumento delle quotazioni non sia distribuito in maniera uguale su entrambe le varietà, arabica e robusta. Il robusta resta ancora percentualmente troppo basso rispetto all’arabica e potrebbe essere possibile, quindi, un suo ulteriore aumento.
Tra gli altri elementi di “disturbo”, Picci ha evidenziato alcune precarietà nella catena di approvvigionamento, tra cui i ritardi nelle partenze del prodotto dai terminal di esportazione dei Paesi di origine e, a cascata, nelle consegne, e ultimo, ma non di certo per importanza, un enorme incremento dei costi di trasporto. A questo riguardo, Picci ci ha fornito un dato che non ha bisogno di commenti aggiuntivi: il costo per la movimentazione di un container da 20 piedi è passato da 600/700 dollari a 5.000/6.000 dollari: un salasso complicato da ammortizzare per le torrefazioni.
A parlare di un mercato in difficoltà per l’esplosione dei costi è anche Flavio Scrivano della Brusco B S.r.l. di Acqui Terme (Alessandria).
Nella sua analisi, Scrivano non ha parlato di una vera e propria carenza di prodotto, ma ci ha spiegato che l’impatto del clima avverso interesserà principalmente il prossimo raccolto, ragion per cui ha affermato di non avere adesso particolari problemi a reperire il caffè da utilizzare nella sua azienda. L’ostacolo maggiore da gestire è il prezzo elevato della materia prima e, a tale proposito, l’imprenditore acquese non ha dubbi: a prescindere dalle difficoltà produttive, in questo momento il mercato del caffè è oggetto di una intensa speculazione che si traduce nei prezzi in forte aumento che stiamo osservando.
A livello di attività di gestione nella Distribuzione Automatica – la Brusco B è consociata, infatti, con la Brus Service S.r.l., operatore “Top 100” del Vending italiano – Scrivano ha sottolineato come l’impatto derivante dalle restrizioni introdotte dai governi, al fine di far fronte alla pandemia, sia stato decisamente pesante, soprattutto a causa della chiusura di scuole e uffici, ambienti dove, tradizionalmente, il distributore di caffè gioca la parte del leone nelle consumazioni delle persone.
A complicare la situazione, conclude Scrivano, è anche il forte aumento di prezzo che ha colpito altri prodotti come, ad esempio, lo zucchero.
Anche il mercato dello zucchero, quindi, è stato attinto da un forte aumento di prezzo, sia per quanto concerne il prodotto grezzo che quello bianco.
A determinare questa situazione è ancora una volta il Brasile, la cui produzione si è rivelata particolarmente contenuta a causa delle condizioni climatiche avverse, che hanno pregiudicato il raccolto di canna da zucchero.
I prezzi dello zucchero grezzo si attestano attualmente a ridosso dei 20 centesimi di dollaro per libbra (contratto marzo 2022) e rischiano di sconvolgere il mercato globale in quanto produttori come l’India, in possesso di scorte elevate di dolcificante, potrebbero invadere il mercato sfruttando i prezzi elevati raggiunti dal prodotto sulla piazza internazionale.
Recenti analisi di mercato indicano che le quotazioni potrebbero permanere a livelli elevati a causa di un marcato deficit di offerta che consentirebbe all’India di esportare oltre 5 milioni di tonnellate di prodotto anche in assenza dei consueti contributi concessi dal governo agli zuccherifici locali. Un evento di questo tipo dovrebbe concorrere a raffreddare il mercato, in quanto una maggior fornitura disponibile allenterebbe i timori relativi alla carenza di zucchero grezzo e questo verrebbe a innescare un processo di discesa dei prezzi.
In aumento ai livelli più elevati da febbraio 2017 anche i prezzi dello zucchero bianco, che scambiano a ridosso dei 511 dollari, dopo un massimo di periodo a 520 dollari.
Tra gli altri prodotti che abitualmente analizziamo merita una menzione il latte in polvere, con i prezzi dell’ultima asta GDT (21 settembre 2021) che, a 3.302 dollari per tonnellata, si mostrano nuovamente in crescita dopo una breve pausa estiva.
La forte domanda e le significative difficoltà logistiche sono gli elementi che guidano l’aumento delle quotazioni del latte in polvere e anche questo elemento potrebbe andare a pesare, già nel medio periodo, sulle performance delle società attive nel settore del Vending.
Il rialzo dei prezzi delle materie prime ha interessato anche le quotazioni del tè, con i prezzi del prodotto in foglia che sono passati dai 176 centesimi di dollaro al Kg di luglio ai 216 centesimi di dollaro di agosto.
Anche in questo caso a guidare il rialzo delle quotazioni sono le numerose interruzioni nella catena di approvvigionamento dovute a problemi logistici, nonché alcune complicazioni legate alla produzione in nazioni chiave come l’India, dove la carenza di personale attribuibile alle restrizioni implementate dal governo al fine di contrastare il diffondersi del coronavirus ha impedito il corretto sviluppo del raccolto.