L’azienda di Battipaglia esprime tutte le sue perplessità sulla norma europea ma è già partita con piani industriali alternativi che riguarderanno anche il Vending

 

 

Parli di “plastic-free” e delle sue conseguenze sul Vending e non puoi non intervistare l’ingegner Marco Grillo, “opinion leader” in materia, amministratore delegato di Aristea S.p.a., uno dei colossi nel settore della produzione di stoviglie e contenitori monouso.

Fondata a Battipaglia (Salerno) nel 1985, Aristea, in virtù di una trentennale esperienza nel Vending, è un marchio di grande fama e credibilità tra i gestori della Distribuzione Automatica.

Partendo da un know-how tecnologico e produttivo maturato nel corso degli anni, la dinamicità e lo spirito di innovazione hanno portato da sempre Aristea a mantenersi costantemente al passo con i tempi per proporre soluzioni rispondenti alle domande dei clienti e all’evoluzione dei mercati in cui lavora. Con riferimento specifico al Vending, anche Aristea si trova oggi a dover fronteggiare una normativa europea sulla plastica che rischia di mettere in seria difficoltà un intero comparto economico simbolo dell’economia italiana e che ha nell’azienda campana – che opera in uno stabilimento di 60.000 mq, di cui 24.000 dedicati alla produzione – un’industria presente in tutta Italia e in molti Paesi europei ed extra europei.

Con l’ing. Grillo, la nostra redazione ha sviscerato l’argomento “plastic free”, facendosi anche raccontare le novità che Aristea sta mettendo in campo per il Vending.

 

Aristea è azienda leader e rappresentante del distretto della plastica di Battipaglia. C’è preoccupazione all’interno di un’area industriale così importante per le conseguenze della direttiva UE sul  plastic free?

La preoccupazione è tangibile in quanto ci troviamo in un momento di transizione che, a causa degli impatti che la legge rischia di avere sul nostro comparto, risulta essere molto delicato.

Sono già state intraprese una serie di azioni ma, in attesa degli sviluppi e dell’intervento del Legislatore italiano per il recepimento della normativa europea, siamo già in fase esecutiva con piani industriali alternativi.

 

Cos’è che la convince di meno dell’impianto di questa legge?

È l’intero impianto che non è convincente perchè il problema è stato approcciato male. Non si può pensare di risolvere la delicata questione ambientale eliminando solo alcuni prodotti in plastica. Anche perché, dati della UE alla mano, scorrendo la lista dei rifiuti che vengono recuperati con più frequenza in mare e lungo le coste, per trovare un prodotto proveniente dal nostro settore bisogna arrivare fino al diciassettesimo posto, dove figurano le posate.

Non si capisce perché i prodotti come mozziconi di sigaretta, bottiglie di plastica e flaconi per la detergenza, che occupano i primi tre posti di questa elenco, non siano stati inclusi in nessun provvedimento. Quindi, seguendo una logica puramente demagogica che non creasse danni alle lobby, si è deciso di eliminare i prodotti che hanno un impatto minore e di lasciare in commercio i prodotti che vengono ritrovati più frequentemente in mare.

Inoltre il 90% dei rifiuti marini del Pianeta viene trasportato in mare dal Nilo e dai fiumi del Sud-Est asiatico, zone dove il concetto di riciclo non ha ancora preso piede. Pertanto, prima di tutto per l’inefficacia rispetto alle problematiche ambientali, riteniamo che questa legge sia soltanto deleteria.

 

L’Italia ha due anni di tempo per recepire la direttiva sul “plastic free”. Si attende che il Legislatore intervenga ammorbidendone l’impatto sull’industria della plastica?

La legge rischia purtroppo di avere impatti devastanti su circa 20.000 famiglie di lavoratori. Inoltre, questo provvedimento è stato preso in 8 mesi senza alcun tavolo di confronto e senza tenere conto delle problematiche relative al reperimento dei biopolimeri e alla riconversione degli impianti.

Pertanto, alla luce di queste premesse, sono state avanzate delle proposte che auspichiamo vivamente vengano recepite dal Parlamento con dei provvedimenti in favore dell’industria della plastica. Ovviamente, in contemporanea, come già detto, stiamo già lavorando a progetti di riconversione della produzione.

 

Al di là delle conseguenze economico/occupazionali, non crede che ci saranno problemi di gestione e smaltimento dei rifiuti compostabili, organici, ecc?

Questo è un altro aspetto delicato che non è stato preso in considerazione durante il velocissimo iter che ha portato a questa legge. C’è molta ignoranza in merito; il consumatore è smarrito e spesso la domanda principale dei clienti è relativa alle modalità di smaltimento. Con l’immissione dei biopolimeri sul mercato la faccenda si complica ulteriormente e non c’è il tempo necessario per educare le persone al corretto smaltimento dei nuovi materiali.

 

Come sta reagendo Aristea all’imperversare del “plastic free” nei vari settori in cui opera (Vending e non solo)?

Ci stiamo muovendo su due fronti: da un punto di vista generale Aristea insieme a Pro.Mo., Gruppo dei Produttori di stoviglie monouso in plastica, sta intentando delle cause nei confronti dei Sindaci che hanno emanato delibere “plastic free”. La maggior parte è stata vinta in quanto non è possibile anticipare con una delibera locale una legge che entrerà in vigore nel 2021.

Aristea è un’azienda che ha sempre fornito le giuste risposte al mercato e anche in questa situazione così critica non ha intenzione di farsi trovare impreparata. Non solo abbiamo già investito importanti risorse nella ricerca di materiali alternativi e nei relativi test, ma abbiamo anche realizzato una nuova unità produttiva per la trasformazione dei prodotti in cartoncino biodegradabile e non.

Su un fronte più specifico, invece, stiamo lavorando alla produzione di bicchieri in cartoncino per il Vending.

 

Quanto inciderà la variabile prezzo delle materie prime e della lavorazione per voi produttori e, a cascata, per i clienti?

L’impatto sarà notevole: i biopolimeri costano circa 4 volte più di quelli impiegati fino a oggi e non tutti gli impianti possono lavorarli. Pertanto alla quadruplicazione dei costi della materia prima si aggiungono le spese legate alla riconversione delle strutture di lavorazione.

 

Legno, bioplastiche, ecc. Sono realmente delle alternative ai materiali convenzionali?

Sotto l’aspetto economico non esistono alternative più vantaggiose del polistirolo. Se a questo aspetto coniughiamo l’igienicità e la sicurezza di prodotti fatti con questo materiale, possiamo tranquillamente affermare che, in generale, un’opzione altrettanto valida al momento non esiste. Si pensi all’impiego che del polistirolo viene fatto in campo medicale e a quanti oggetti e strumenti, proprio per la sicurezza e l’igiene garantita dalla materia prima, vengono utilizzati in ambito ospedaliero.

 

Cosa ne pensa, invece, della plastic tax inserita dal Governo nella sua manovra economica?

Si potrebbe definire la classica “ciliegina sulla torta”.

A questo punto la plastica diventa un prodotto per pochi; per i pochi eletti cioè che se lo potranno permettere.

 

Come si usce da una impasse che rischia di “tranciare la gambe” a un’eccellenza del Made in Italy?

Al momento non si può dire come si evolverà la situazione. La fase di cambiamento è a pieno regime e l’incertezza è predominante.

Sicuramente è necessario insistere con il Legislatore per cercare di far apprezzare la bontà dei materiali riciclati. Il concetto che deve passare è che mentre i prodotti “bio” sono al 100% dei rifiuti, quelli in polistirolo sono al 100% riciclabili e, proprio in una filiera efficiente di riciclo, possono dare vita a prodotti che sia dal punto di vista igienico che dal punto di vista della sicurezza sono perfettamente identici a quelli realizzati con materia prima vergine. 

e.c.