La CE vuole ridurre e, in certi casi, eliminare piatti e stoviglie di plastica, compresi bicchieri e palette per i d.a. Ma i vantaggi per l’ambiente sono inesistenti. Serve un riciclaggio diffuso

L’intervento di Erika Simonazzi al Venditalia 2018

La Commissione Europea ha presentato a fine maggio una proposta di direttiva contro l’inquinamento da plastica, che dovrà essere approvata da Europarlamento e Consiglio Europeo. Il provvedimento più importante è il divieto e/o la riduzione dell’utilizzo di piatti e stoviglie di plastica, cannucce e cotton fioc.

Entro il 2025, gli Stati membri dovranno, inoltre, raccogliere il 90% delle bottiglie di plastica monouso per bevande, ad esempio con sistemi di cauzione-deposito.

Guardando nello specifico del Vending, per la messa al bando delle palette per distributori e OCS si parla di 2 anni dall’approvazione della direttiva. Per la riduzione dei bicchieri in genere: 6 anni dall’approvazione, con step intermedi.

In Italia, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, vorrebbe vietare l’uso di plastica usa e getta negli edifici pubblici. In Francia, dal 2020 scatterà il divieto di produzione, vendita e cessione gratuita delle stoviglie monouso di plastica e che andranno sostituite con prodotti realizzati con materie organiche biodegradabili.

Una norma dai potenziali impatti devastanti per l’industria europea della trasformazione delle materie plastiche che dà lavoro a 1 milione e 600mila addetti in 50.000 imprese e che ha già delineato una piattaforma di impegni volontari con cui si punta ad arrivare nel 2040 al riciclo del 70% dei rifiuti plastici per il packaging e al riciclo del 50% per tutti gli altri rifiuti in plastica.

A che serve, quindi, questa proposta della CE? A nulla, se non a danneggiare aziende e un comparto economico leader in Europa. I divieti non servono. Puntiamo decisi verso il riciclaggio su larga scala”. Erika Simonazzi, direttore marketing di Flo, ne ha parlato durante il workshop “La sostenibilità nel Vending” all’ultimo Venditalia. Il suo è un parere molto autorevole.

Dottoressa Simonazzi, cosa dice, in sintesi, la proposta di legge europea?

La proposta si rivolge agli Stati membri con le seguenti richieste:

riduzione del consumo di contenitori di plastica monouso per utilizzo immediato. Sono, quindi, inclusi i bicchieri vending e “to go” oltre ai contenitori per cibo take-away;

bando di determinati prodotti di plastica monouso, in particolare palette/agitatori, piatti, cannucce, cotton fioc e stecche per palloncini;

obbligo di assicurare che contenitori per bevande in plastica monouso (bottiglie e bicchieri “to go”) siano progettati e fabbricati in modo tale da mantenere i loro coperchi e tappi attaccati al contenitore durante la fase di utilizzo del prodotto;

obbligo di etichettatura su alcuni prodotti di plastica monouso per avvisare i consumatori sull’impatto ambientale.

Inoltre la legge dà una definizione di plastica e prodotti in plastica monouso:

“Plastica: il materiale costituito da un polimero (…) cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze e che può funzionare come componente strutturale principale dei prodotti finiti, ad eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente”. In questa definizione sono inclusi anche i biopolimeri compostabili e da risorse rinnovabili perché chimicamente modificati, cioè quelli usati nella produzione di stoviglie “bio”.

“Prodotto di plastica monouso: il prodotto fatto di plastica in tutto o in parte, non concepito, progettato o immesso sul mercato per compiere più spostamenti o rotazioni durante il ciclo di vita ed essere rinviato al produttore a fini di ricarica o riutilizzo per lo stesso scopo per il quale è stato concepito”

Nella definizione sono compresi i prodotti composti solo in parte di plastica, senza specificarne la percentuale. Vi rientrano, quindi, anche i bicchieri in carta accoppiati a film in polietilene o PLA.

È una definizione corretta?

Sì. I biopolimeri di origine vegetale che sono usati in alternativa alla plastica tradizionale nella produzione di stoviglie monouso sono a tutti gli effetti plastica, perché si comportano come la plastica tradizionale. Quindi, se non correttamente riciclati in celle di compostaggio ma abbandonati nell’ambiente, vi permangono per anni.

La plastica causa l’inquinamento. Ma è così in tutto il mondo?

La plastica inquina se viene abbandonata nell’ambiente e questo perché è un materiale durevole. Però non ci arriva da sola. Se analizziamo il problema del “marine litter” a livello mondiale, è interessante sapere che il 95% dei rifiuti finiscono in mare trasportati da 10 fiumi in tutto, dislocati tra Asia e Africa. Tra i 2 africani c’è il Nilo che sfocia nel Mediterraneo. L’Europa è il continente più virtuoso e nessuno Stato europeo compare nella “Top 10” dei Paesi che provocano il “marine litter”.

Se poi parliamo degli imballaggi monouso è giusto ricordare che in Italia i piatti e bicchieri in plastica vengono raccolti dal consorzio per il recupero degli imballaggi in plastica (Corepla) e, secondo uno studio effettuato lo scorso anno dall’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo (IPPR) insieme a Legambiente ed ENEA, essi non figurano tra i rifiuti repertati sulle spiagge oggetto del monitoraggio.

“La plastica non va demonizzata”. Quali le spiegazioni a sostegno della sua tesi?

La plastica è un materiale economico e facilmente riciclabile che ha permesso alla società di evolvere.

Un prodotto in plastica è più leggero dello stesso prodotto realizzato con materiali alternativi (legno, vetro, ceramica o carta) e questo è dovuto alla sua natura, molto resistente anche a bassi spessori.

Il fatto che la plastica non si decomponga se abbandonata nell’ambiente, ma conservi per anni le sue caratteristiche, è un vantaggio perché la rende un materiale affidabile che mantiene il suo valore nel tempo. Basta non disperderla così come non vanno dispersi tanti altri manufatti di carta, legno, vetro o alluminio.

La soluzione è educare la popolazione e aumentare il tasso di riciclo. In questo modo si aiuterebbe anche l’economia perché anziché mettere in seria difficoltà le aziende trasformatrici di plastica e tutto l’indotto si alimenterebbe l’economia del post-consumo.

Lei ha presentato a Venditalia il modello Rivending. Di cosa si tratta?

I bicchieri per distributori automatici sono contenitori tecnici fatti di polistirolo, l’unica plastica che possiede le caratteristiche tecniche necessarie per un corretto funzionamento nelle macchine. Questi bicchieri vengono utilizzati e raccolti in loco, vicino al d.a.

Partendo dalla consapevolezza di quanto è facile recuperarli inserendo un contenitore “ad hoc” di fianco al corner, nasce Rivending, un circuito chiuso di riciclo di bicchieri vending, che consente il recupero di una plastica pura e pressoché pulita, una materia prima seconda di grande valore per i riciclatori. Rivending è un perfetto esempio di economia circolare.

Qual è la differenza tra biodegradabile e compostabile?

Si definisce biodegradabile un prodotto che si degrada in natura, senza limiti di tempo.

Si definisce compostabile un prodotto che:

è biodegradabile per il 90% del suo peso in 6 mesi;

si disintegra in 3 mesi in frammenti inferiori ai 2mm per il 90% del peso;

non modifica il pH del compost;

non rilascia sostanze tossiche che peggiorano la qualità del compost (metalli pesanti, nitriti ecc.);

Quindi un manufatto compostabile è sempre biodegradabile ma non viceversa.

È importante sottolineare che se un prodotto è compostabile non basta buttarlo per terra o in mare per farlo sparire. Infatti, a seconda delle sue caratteristiche chimiche, necessita di determinate condizioni di compostaggio. Esiste il compostaggio industriale (OK Compost), domestico (Home Compost), in acqua (Water Compost) e nel suolo (Soil Compost).

Le stoviglie monouso compostabili in circolazione si degradano solo in contesti di compostaggio industriale che avviene in grosse celle a temperatura e umidità controllate in cui vengono inoculati microrganismi attivatori della degradazione.

Le condizioni per l’ottenimento dei certificati compost non sono sufficienti per compostare tali stoviglie.

I prodotti in carta sono un’alternativa alla plastica?

Dal punto di vista del marketing possono essere un’alternativa interessante per quei gestori che vogliono differenziare la loro proposta; bevande corte tradizionali nel bicchiere di plastica, bevande lunghe più ricche nel bicchiere in carta. Dal lato ambientale e funzionale però hanno alcuni limiti.

Le stoviglie in carta derivano da risorse rinnovabili, gli alberi. Va verificata con attenzione la derivazione della materia prima. Infatti dovrebbe essere fibra di cellulosa vergine idonea al contatto con alimenti e certificata FSC, cioè proveniente da foreste gestite in modo sostenibile.

Poi hanno alcuni limiti tecnici, perché devono essere rivestite da un film plastico che le rende impermeabili ai liquidi e il riciclo si complica. Inoltre sono più delicate e tendono a deformarsi se maneggiate con scarsa cura.

A causa di questi limiti, i bicchieri vending in carta presentano una maggiore difettosità di quelli in plastica; fattore che, unito al costo superiore, li rende economicamente più svantaggiosi.

Esistono biopolimeri e materie prime totalmente ecosostenibili?

Magari. Se ci fosse avremmo la soluzione. Ci sono materie prime che possono essere migliori di altre per un determinato uso, ma quella ecosostenibile in assoluto non esiste. Qualsiasi manufatto durante il suo ciclo di vita provoca un impatto sull’ambiente che si può misurare come somma di tanti fattori: utilizzo di risorse, emissioni di gas serra, acidificazione del suolo, eutrofizzazione ecc. Il prodotto a impatto zero non c’è.

Oggi l’unico metodo scientifico riconosciuto per definire l’ecosostenibilità di un prodotto si chiama LCA (Life Cycle Assessment): un metodo di analisi che quantifica l’impatto ambientale rispetto a diversi fattori. Studi di LCA condotti su bicchieri monouso fatti in diversi materiali mostrano, però, quanto sia difficile definire un prodotto più ecosostenibile di un altro. Per esempio un prodotto che ha un basso impatto a livello di emissioni di CO2 potrebbe averne uno alto in termini di sfruttamento del terreno.

Come si stanno muovendo le associazioni di categoria?

Stanno portando a Bruxelles argomenti che aiutino i politici a prendere le decisioni giuste, sottolineando soprattutto il danno economico e sociale in termini di posti di lavoro delle aziende trasformatrici e dell’indotto.

Nella proposta della Commissione Europea, per esempio, si afferma che ridurre le stoviglie in plastica monouso avvantaggerà soluzioni alternative che gioveranno anche all’economia europea, trattandosi di prodotti prevalentemente importati da Paesi extra UE. In realtà tutte le stoviglie in plastica sono fatte in UE, mentre buona parte dei materiali alternativi provengono da Paesi extra UE, cioè l’esatto contrario di quello che afferma la proposta.

Le legge quali conseguenze avrebbe sul Vending?

La conseguenza che ci aspettiamo è un importante aumento dei costi e una conseguente riduzione delle consumazioni. L’alternativa sarebbe quella di portarsi il bicchiere riutilizzabile da casa, lavandolo ogni volta. Ciò disincentiverebbe il consumatore a servirsi nei distributori.

Un cliente mi raccontava di recente di aver dovuto sostituire tutti gli imballi in plastica presso un suo cliente che voleva diventare “plastic free”. Immediatamente sono crollati i consumi del 50% e ha dovuto pure togliere il distributore di bevande calde perché il cliente non accettava neppure di utilizzare i bicchieri in carta accoppiati a film di polietilene.

Parlando, poi, di palette, sostituire quelle di plastica con quelle di legno non la considero una mossa vincente: provengono da Paesi extra UE e non hanno l’idoneità al contatto alimentare.

Per i bicchieri la Commissione Europea parla, invece, di riduzione. Prima di pronunciarsi occorre capire meglio.

Enrico Capello

 

LA POSIZIONE DELL’EVA

L’EVA (European Vending Association), con una nota inviata anche alla Commissione Europea, ha chiesto che il Vending sia escluso dalla Direttiva sul bando e la riduzione della plastica monouso. L’EVA ha ribadito che: per il nostro comparto non esistono, a oggi, alternative tecniche credibili ai prodotti e agli accessori in uso; il 90% delle consumazioni vengono effettuate all’interno di strutture chiuse dove sono presenti i sistemi di separazione dei rifiuti e, perciò, l’impatto sul “marine litter” del Vending è nullo. Un coinvolgimento della Distribuzione Automatica nella normativa provocherebbe solo un danno economico al settore senza nessun beneficio a livello ambientale.